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Ho comprato il biglietto per le Olimpiadi ben 14 mesi fa, e anche solo il fatto di aver portato a termine una cosa programmata con così largo anticipo mi ha dato soddisfazione, non sono solito fare programmi a così lunga scadenza!
Il Palavela di Torino è nuovo e sfavillante in ogni sua parte, la sorveglianza all’esterno e all’interno è massima, per entrare si passa attraverso i metal detector. Il palazzetto è pieno di persone di almeno una decina di nazionalità, con grande prevalenza di coreani, cinesi, canadesi, americani e con una discreta presenza italiana. I più colorati e belli da vedere sono sicuramente i coreani: sono tantissimi, pieni di bandiere e bandierine, con tanti bambini al seguito. Nonostante le due medaglie d’oro che vinceranno nel corso della serata, si riveleranno tifosi calorosissimi ma assolutamente composti (le avessimo vinte noi, due medaglie nella stessa sera, avremmo fatto le capriole giù dai gradoni…)
Dal vivo, lo short track è ancora più spettacolare che in televisione: gli atleti sono lì a due passi, pattinano velocissimi e piegano incredibilmente in curva, sfidando la forza centrifuga e infilandosi in spazi ristrettissimi per superare gli avversari: basta un piccolo contatto per finire irrimediabilmente contro le protezioni esterne, il colpo di scena è sempre in agguato.
La gara dei 500 metri, la più breve, è una fiammata di poco più di 40 secondi: 4 giri e mezzo di pista, conquistare subito la prima posizione è fondamentale, mantenerla è difficilissimo. Coreani, cinesi e canadesi sono fortissimi, ma sulla loro strada trovano l’idolo degli americani, il personaggio più in vista di questo sport, l’unico divo forse: Apolo Anton Ohno. Questo ragazzo è fenomenale, in uscita di curva riesce a saltare gli avversari come se fossero fermi: passa la semifinale per miracolo, ma la finale la vince d’autorità.
La gara dei 1000 femminile è più tattica: i giri di pista sono 9, quindi c’è il tempo per impostare qualche strategia nei primi giri e poi sparare tutte le energie nello sprint finale. Vince una coreana, per l’Italia si segnala la giovane Arianna Fontana che a soli 15 anni chiude la gara al sesto posto.
Il momento clou della serata è però la staffetta maschile, sui 5000 mt, 45 giri. Partecipano 5 squadre tra cui anche l’Italia, ripescata per un danneggiamento subito in semifinale. La staffetta è veramente bellissima! I giocatori in gara corrono lungo l’esterno, mentre all’interno girano i compagni che daranno loro il cambio: ogni giro e mezzo avviene il cambio, con il treno dei nuovi corridori che prende la curva più stretta dei compagni in gara e si presenta esattamente davanti a loro, che li spingono con le mani al momento del cambio. Il tutto avviene con un sincronismo davvero perfetto e bellissimo da vedere, soprattutto ai primi giri quando le squadre sono tutte raggruppate.
La gara prosegue tranquilla per i primi giri, poi il ritmo inizia a salire. L’Italia si mantiene in quarta posizione, seguita dalla Cina. Si comincia a fare sul serio, e alle prime difficoltà la Cina sbaglia ed è fuori! Negli ultimi 10 giri la gara si divide praticamente in due: Corea e Canada a giocarsi il primo posto, Usa e Italia in terza posizione. L’Italia riesce a passare e il tifo all’interno dello stadio sale alle stelle! Siamo tutti in piedi a urlare e incitare i nostri, la medaglia sembra davvero alla nostra portata, all’ultimo cambio siamo ancora in testa e mancano due soli giri alla fine! Purtroppo però gli americani hanno Ohno come ultimo staffettista, e noi no… in due giri il nostro atleta è battuto, peccato! Anche se era solo un bronzo ci hanno strozzato l’urlo di gioia in gola. La Corea nel frattempo ha vinto l’oro, ma quasi non ce ne siamo accorti.
Insomma, è stata una bella serata di sport e uno spettacolo davvero diverso dal solito, che difficilmente mi capiterà di rivedere (andare fino a Vancouver, nel 2010, è lunghetta…) . La notte bianca olimpica invece l’abbiamo solo sfiorata, per stanchezza e poca voglia di tuffarsi nel caos. Il giorno dopo però mi sono rifatto con una bella passeggiata per una Torino soleggiata e davvero tirata a lustro: sul maxischermo di piazza S.Carlo sono riuscito a vedere la bellissima vittoria di Giorgio Di Centa nella 50 km, e ho visitato il Museo Nazionale del Cinema, all’interno della Mole Antonelliana, una vera chicca per chi ama il cinema.
Secondo me anche Berlusconi ascolta gli Offlaga Disco Pax! L’altro giorno, a Modena, mentre illustrava le ultime parabole ai suoi discepoli, ha detto chiaramente che l’Emilia è una regione dove in piazza “c’è ancora il busto di Lenin”. Questa è nuova, non l’aveva mai detta! E dove volete che l’abbia sentita, se non in “Piccola Pietroburgo” degli ODP? Vedrete che tra un po’ comincerà a dire che lui, l’astronave di Space Invaders, la prendeva sempre da 300 punti!
Ps. A proposito, c’era un modo sicuro per prenderla sempre da 300 punti, peccato che l’ho scoperto con 20 anni di ritardo…
Si può definire concerto un’esibizione dove il cantante non canta, ma parla? C’è la musica, ci sono le parole, c’è il pubblico, eppure secondo me manca qualcosa: il distacco dalla realtà, il coinvolgimento, le emozioni che regala un concerto. Quello degli Offlaga Disco Pax somiglia a uno spettacolo teatrale, o a una lettura pubblica, più che a un concerto, e si potrebbe tranquillamente vedere seduti su delle sedie di plastica e con le luci accese.
A parte questo, lo spettacolo visto venerdì al New Age ripropone i pezzi dell’album “Socialismo Tascabile”, con poche variazioni rispetto all’originale. I racconti di vita nell’Emilia comunista degli anni 70-80 mantengono intatta la loro forza descrittiva, lo sguardo desolato e disincantato sulla realtà di oggi è sempre presente e, a tratti, illuminante. Naturalmente i momenti di divertimento non mancano, come sul disco, e tutti aspettano di poter scandire le battute più famose (“suo figlio, signora… ha la faccia come il culo!!”).
Insomma, se avete apprezzato il disco andate a sentire il concerto, e magari riuscirete ad afferrare al volo qualche Cinnamon o un pacchetto di Tatranky…. se non li avete mai ascoltati, è il momento di cominciare, lasciando a casa i pregiudizi politici e dando spazio all’intelligenza, che di questi tempi c’è n’è un gran bisogno.
Sto probabilmente diventando un ultrà da concerto, perché per andare di lunedì sera a vedere una band di ragazzini che suona il solito brit-rock ci vuole la stessa dedizione di un tifoso del Bari in trasferta per la Coppa Italia. Infatti al New Age lunedì ci saranno state poco più di 50-60 persone a vedere gli Art Brut, band che si inserisce senza infamia e senza lode nel filone indie-rock-punk-brit-sticazzi, tanto di moda ultimamente.
Dubito che passeranno alla storia della musica (dissero così anche dei Beatles, speriamo di non fare la stessa figura…), ma si lasciano ascoltare e qualche pezzo è anche gustoso.